Hanno detto

CRONOLOGIA NOTE

2017 - Dott.ssa Carla D'AQUINO MINEO

2016 - Avv. Franco MALDONATO 

2015 - Dott.ssa Camilla MINEO

         - Dott.ssa Margherita CARAMIELLO

         - Dott.ssa Maria MONTEVERDI

2003  - Prof. Francesco SISINNI

         - Dott.ssa Marcella ROMEI

2001  - Dott. Bruno PINTAURO

2000  - Dott. Bruno PINTAURO

         - Maestro Khosrow SALEHI

 

 2017 - Dott. ssa Carla d’Aquino Mineo

 

IL FASCINO DELL’IRREALE NELLA POETICA DELL'IMMAGINARIO

NEI DIPINTI DEL MAESTRO GIUSEPPE RIZZO SCHETTINO

Il fascino dell’astratto pervade negli splendidi dipinti del maestro Giuseppe Rizzo Schettino,

dove l’elemento mobile e fantastico, nell’intensità emozionale del colore coniuga il reale con

l’immaginario, la poesia con l’enigma, il senso con la ragione.

Nasce, così, una autentica narrazione figurativa di onirica bellezza, in cui il mondo visibile è

ricreato fantasticamente con armonie inedite e finissime sensazioni nella varietà dei fermenti

ispirativi, dove la libera gestualità pittorica concretizza una trasognata realtà astratta,mentre si

inseguono forme immaginarie con preziosismi arcaici e fossili, tra allusioniesistenziali e simbologie,

percorrendo un viaggio ideale del pensiero nell’evocazione del filone astratto, da Kandinsky a

Jackson Pollok, in cui emerge il ritmo lirico quasi musicale di libere forme geometriche che si

evolvono in fluidità nel tessuto materico ecromatico come riflesso speculare divibrazioni d’animo

dell’autore.

Sorprende nei dipinti del maestro Giuseppe Rizzo Schettino l’alta sintesi grafica e coloristica che

giunge con immediata spontaneità all’effetto visivo nella simbologia di forme e colori che si evolvono

in una nuova spazialità pregna di luminosità con lontananze liriche nella costante ricerca di ricreare

fantasticamente la materia, veicolo di significati e valori della vita.

Ecco che allora, nella pura creatività lo stesso supporto di base nei suoi autentici dipinti vive una

simbolica metamorfosi, mentre appaiono originali inserti materici che alludono a simbologie

esistenziali per vivere il mistero della vita in una dimensione ideale, in cui il tempo trascende lo

spazio nella suggestione globale ed emotiva di forme, colori e luci in movimento.

Giuseppe Rizzo Schettino, partendo dalla lezione di Cèzanne è andato approfondendo una sua

visione ravvicinata della natura con presenze fossili, le sue origini geologiche e le sue terre, tra

intrecci vegetali che si fanno incombenti nello spessore della pasta pittorica in una immedesimazione

di altissima tensione lirica, mentre la luna rossa cala all'imbrunire.

Ecco perché, la rappresentazione pittorica diviene metafora di uno spazio, in cui le magiche 

improvvisazioni formali e coloristiche rivelano la netta coincidenza tra rappresentazione ed azione, e

la stessa rappresentazione si annulla nell’azione, sviluppando la concezione dell’esistenza che

nell’atto creativo congiunge storia e natura, passato, presente, futuro, dove vi è l’identificazione

dell’essere con il fare nell’atto di dipingere vivendo, così, l’esperienza della realtà. Nel gesto pittorico,

quindi, che sempre si rigenera in uno spazio artistico, ma infinito nel pensiero, l’immagine con le sue

possibilità evocative narra e descrive nel figurativo che si evolve e si disperde nelle visioni

poeticamente disperse.

In tal modo, l’artista vive l’opera inoltrandosi nello spazio immaginario, trasfondendo il momento

dell’inconscio e del sentimento, mentre il senso respinge la razionalità della forma in

un’interpretazione romantica, perché informale rispetto al rigoroso classicismoformalismo di

Mondrian in un astrattismo severo e contenuto nelle ripetute forme geometriche.

La libera e naturale gestualità nel vorticoso turbinio e nell’alchimia coloristica, tra i rossi

fiammeggianti, i toni terrosi e gli azzurri luminosi nei trapassi di bianca luce nell’immediatezza del

riflesso, rivela l’interiore emozionalità dell’autore, in cui si svelano le forze del sogno e l’abbandono

all’inconscio per inoltrarsi nella meravigliosa scenografia di una surreale realtà.

Segni e colori, dunque, si fondono armonicamente, interpretando la poetica dell’immaginario

nell’espressione di energia e di vitalità per vivere il mistero segreto delle cose e della materia, in cui

le improvvisazioni psichiche si confondono nella fantasia cromatica della complessa trama pittorica,

mentre le dinamiche tonalità e le sovrapposizioni materiche convergono nella libera gestualità del

colore in una dimensione nuova e sconosciuta.

Oltre la stessa concettualizzazione dell’immagine, percorre la straordinaria narrazione di Giuseppe

Rizzo Schettino per manifestare l’odierna cultura avveniristica orientata sempre verso inedite forme

espressive per un nuovo concetto d’arte.

Sta qui il fascino, davvero unico, nei dipinti del maestro Giuseppe Rizzo Schettino: la libera 

gestualità pittorica crea mondi fantastici in affascinanti composizioni cromatiche, dove l’espressione

del colore diviene trascrizione di sentimenti , tra le armonie naturali, aprendoci la via ad una nuova

fantasia nella sublimazione dell’arte che nella continuità storica diviene innovazione.

Carla d’Aquino Mineo

 

2016

Avv. Franco Maldonato - Assessore alla Cultura Comune di San Giovanni a Piro - SA

Presentazione della Personale di Pittura di Giuseppe RIZZO SCHETTINO

C’è un insidia che incombe su tutti gli artisti e sui pittori in particolare: quella di rimanere prigionieri della tecnica, non riuscendo a valicare quel confine invisibile al di la del quale la tecnica si libera del compiacimento (e del ripiegamento) manieristico ed assurge alla ineffabilità dell’arte. La pittura di Giuseppe Rizzo Schettino muove, invero, da un lungo e severo esercizio tecnico, che è alla base della sintesi mirabile tra acquarello e olio, resa possibile da un lavoro accurato e scrupoloso sulle superfici, preparate con una fusione di colori che ha consentito poi l’impiego della spatola, alla maniera degli antichi decoratori e patinatori.E tuttavia l’autore non appare mai dimentico della funzione ancillare della tecnica, che riesce a sublimare occultandola quasi allo sguardo dell’osservatore, il quale viene così trasportato nel mondo incontaminato e rarefatto della trasfigurazione artistica.

Ma cosa c’è in questo mondo? Anche se è più giusto chiedersi cosa c’è in questa Rassegna, nella personale che Rizzo Schettino, reduce dalle collettive internazionali di Los Angeles (2015) e di New York, ha voluto esporre a Scario, secondando un caldo e pressante invito dell’Amministrazione Comunale.

L’artista ha voluto tematizzare l’ampia produzione in esposizione come omaggio alla memoria, alla sua personale memoria, che affonda le radici negli anni spensierati dell’infanzia e della prima giovinezza, trascorse sulle rive del Golfo, da Sapri a Scario. In questo senso, le barche tirate sul lido sono senza dubbio il sembiante di un ricordo incancellabile e, dunque, una comprensibile concessione nostalgica.

Ma le barchette di carta che galleggiano sull’acqua sono il recupero di un sogno, che può affondare bensì nel ricordo ma che, rispetto al ricordo, elimina del tutto il ritorno, doloroso per definizione, assumendo la suggestione della vitalità e la forza dell’attualità. Se fossero state solo un ricordo quelle barchette non sarebbero state ridotte pittoricamente nella fattura di carta. Esse sono allora il sogno di un bambino che ritorna sicuramente alle sue prime visioni, ma anche l’origami dell’eterno ciclo vitale del bambino che diventa uomo, nell’accettazione della fragilità ma anche della complessità (che sono insite nella piegatura della carta) non meno che dell’esistenza dell’essere umano, che ovviamente solo-il-bambino-diventato-uomo può comprendere nella tragica accettazione del ciclo come dimensione ineliminabile del tutto.

Per ‘dire’ artisticamente tutto ciò, occorreva da un canto ispessire e, dall’altro, stemperare l’effetto cromatico, fin quasi alla dissolvenza, che è propriamente la dimensione del sogno, che si contrappone distintamente alla fenomenologia del ricordo. Quando nella nostra mente prende corpo un ricordo, le figure, le voci, i colori e gli odori ci sovvengono nella precisione delle loro originarie impressioni. Nel sogno, che abita lo spazio dell’inconscio o del pre-conscio, i contorni sono per converso più labili, più evanescenti, più indicibili, che è la stessa cifra dell’intuizione artistica. Che si dibatte sempre tra sogno e realtà, che si alimenta di quella contraddizione e che, quando riesce a trovare – in un segno, in un simbolo, in un suono o in una parola - la sua sintesi espressiva, diventa arte.   

Restituendoci i suoi sogni, Giuseppe ha voluto, dunque, dirci che non possiamo smettere di giocare con le barchette di carta e che nella semplicità di quel gioco risiede il mistero del mondo, della sua tragicità, ma anche della sua bellezza.

Aristotele racconta che Anassagora, uno dei filosofi presocratici, ad un allievo che gli chiedeva per quale ragione un uomo potesse preferire  di essere al mondo al non essere nato, abbia risposto: «Per osservare il cielo e l’ordine di tutto l’universo».   

2015

Dott.ssa Camilla MINEO

 Dott.ssa Margherita CARAMIELLO

Disegno, pittura e architettura sono i tre elementi che fanno di Giuseppe Rizzo Schettino un artista interessante e completo, in grado di fondere la passione per l'arte con la sua professione di architetto. 

Con pratica e dedizione é riuscito a elaborare una tecnica pittorica matura, degna di riconoscimenti che l'hanno portato ad allestire mostre in Italia e a ottenere riconoscimenti nazionali e internazionali. 

Dopo un percorso artistico in cui si è cimentato nella produzione di paesaggi e nature morte, nei suoi ultimi lavori l'artista fiorentino ha sviluppato una tematica per lui importante che analizza il rapporto individuo/architettura/spazio urbano che ha ispirato la mostra “Presenza-Assenza”, che presentiamo presso gli spazi de L'ArtGallery di Parma.

Opere di intensa suggestione, vedute e scorci di città segnano lo scorrere del tempo e raccontano stati d’animo universali. 

Frammenti di città prendono vita grazie a inquadrature attentamente studiate dal taglio fotografico e a una spazialità formale frutto di esperienza e tecnica. La forza dello spatolato fuso e diluito con i colori ad olio crea un effetto di intensità e tridimensionalità, conferendo un senso ritmico che anima la composizione.

Un’atmosfera malinconica, un magico e inusuale silenzio accompagna questi dipinti: i personaggi ritratti da Schettino si perdono nell’infinito, sembrano sospesi, pensierosi e in attesa di qualcosa. Si percepisce la sensazione del volume, la presenza incombente e talvolta minacciosa dell’architettura: tutto è enorme, sovrastante. 

Alla luce del giorno i grattacieli si riflettono nella trasparenza del vetro e  sembrano più leggeri ed evanescenti, quasi deformati e inconsistenti. Mentre di notte tensione e drammaticità sono accentuate attraverso l’esasperazione dei toni che diventano scuri e bui, di un buio profondo, allegorico: queste architetture imponenti di notte fanno un po' paura e rievocano una dimensione spettrale, lugubre. L’artista in alcune opere sembra simulare un girone infernale, distorcendo la prospettiva e creando in questo modo un senso di smarrimento e disorientamento. 

Gli edifici, sebbene presenti in quasi tutte le sue opere, sembrano vuoti, come fossero un riflesso delle persone che popolano le strade; testimoni di una vita priva di sensazioni e d'emozioni, un'esistenza che non lascia tempo alla bellezza delle cose e all'unicità dell'individuo, un mondo in cui il singolo é immerso nei suoi pensieri e non presta attenzione a ciò che lo circonda.

Le figure sembrano smarrite, inglobate dai grattacieli, presenze infinitesimali nello spazio urbano, quasi vittime di una città pesante, sofferta, difficile da vivere nel quotidiano e in cui il rischio è di perdersi non solo fisicamente ma anche intimamente. Corpi fantasmi dai caratteri non definiti hanno una loro identità ma svaniscono nella massa.

L’artista con ironia tratteggia un gruppo di “escursionisti” che si stanno cimentando nell’impresa di attraversare le strisce pedonali a New York; ritrae una giovane donna di spalle che fa “Ritorno” a casa dopo una giornata di lavoro. La provenienza della ragazza non la conosciamo, ma sappiamo dove sta andando: la meta è la periferia newyorchese, ma idealmente potrebbe essere anche quella italiana, in ogni caso un luogo di frontiera, ai margini del caos metropolitano; Schettino delinea un’architettura spersonalizzata, che può essere riportata ad altri contesti, ad altre realtà giocando con cartelli stradali e insegne e caricando i dipinti di significati sottesi e simbolici. In questa serie di lavori l'artista non risparmia la società da velate critiche, ma dimostra allo stesso tempo di essere attratto dal misterioso fascino della realtà urbana.

2015  

Dott.ssa Maria MONTEVERDI

Quante vite ci sono oltre la nostra? Troppe esistenze ci passano accanto ogni giorno: ci sfiorano, ci ignorano e distrattamente se ne vanno. Viviamo quotidianamente rinchiusi in un universo urbano che abitiamo e che, giorno dopo giorno, diventa una prigione oltre la quale è difficile volgere lo sguardo. 

Le strade, i palazzi, i cartelli stradali nelle opere di Rizzo Schettino raccontano al pubblico qualcosa delle persone che abitano queste città e del loro mondo interiore. La malinconia prende la voce e narra la delicata sofferenza dell’essere umano che si ritrova rinchiuso in una gabbia di ferro e cemento armato, che si perde nell’infinito delle forme geometriche dei palazzi che lui stesso ha costruito. 

Pensandoci bene esiste un paradosso di fondo a questa situazione. La città, creata dall’uomo apposta per avere una casa, un nido dove poter essere al sicuro, si trasforma nel luogo dell’indifferenza dove la moltitudine degli edifici crea sempre più distanza. Ci concentriamo su quello che dobbiamo fare, chi dobbiamo vedere e non alziamo mai lo sguardo per osservare anche solo gli occhi di chi ci passa accanto. E così ci ritroviamo in balia della nostra vita senza comprendere quasi nulla di ciò che ci circonda, perennemente connessi ma costantemente isolati, ignari dei sentimenti e dei pensieri di chi è seduto di fianco a noi in una sala d’attesa piuttosto che al bar. A possederci non è più il senso di protezione e di unione. Prendono il sopravvento la paura, l’indifferenza, la solitudine: una miscela chimica di emozioni che ci stringe nell’angosciante bisogno di sentire che esistiamo, almeno per qualcuno.

E’ proprio su questo aspetto affascinante quanto paradossale che si concentra Rizzo Schettino. Egli affronta con grande sensibilità artistica il tema della non-vita, fatto di esistenze che ci sono e non ci sono, e il tema del riflesso. Quest’ultimo si attualizza nella sua forma più esplicita attraverso la rappresentazione dell’immagine specchiata e pertanto deformata del grattacielo, figura simbolo del progresso urbano. L’architettura, deformata, si insinua tra le figure umane in maniera spettrale, evanescente ed inconsistente, come le vite di chi la abita

Quello che accomuna le opere di Schettino è questo continuo susseguirsi di presenze ed assenze: di vita, di sentimento, di figure architettoniche. Sembra sempre esserci tutto e subito dopo mancare qualcosa di fondamentale. Questo senso di incompletezza che denuncia l’artista tuttavia non rimane irrisolto o rinchiuso nel dilemma del paradosso.

La presenza e l’assenza che percepiamo come parti costituenti la realtà non sono da considerarsi come pezzi di un puzzle, finiti ed immobili. La soluzione sta nel concepirli come continui e in moto perenne. Rizzo Schettino descrive la realtà come un movimento dialettico perenne tra ciò che è presente e ciò che è assente, tra ciò che si riesce a percepire e ciò che si riesce solo ad immaginare, tra ciò che viene detto e ciò che rimane taciuto. Proprio attraverso questa inarrestabile interazione, che riprende la dialettica idealista tedesca tra ciò che esiste, l’io, e tutto ciò che è altro da questo, il non-io, è possibile per l’artista riuscire a rappresentare la realtà che ci sovrasta, il tutto in cui siamo immersi, l’assoluto di cui facciamo parte.

 

2003

Prof. Francesco SISINNI

 La storia di Giuseppe RIZZO SCHETTINO è interessante come quella di quasi tutti coloro che lasciano la Terra di origine e danno il meglio di loro per la propria Terra, ma da lontano, grazie alla ricchezza che si portano nel profondo, contigua con altre esperienze ed altrove maturate.

Giuseppe RIZZO SCHETTINO nasce a quell’Arte, che è l’Architettura, la quale, come diceva  Palladio, è l’Arte per eccellenza, è la stessa virtù creativa.

Infatti, l’Architettura è quell’Arte che rende l’uomo partecipe della Creazione: l’artista, lavorando sul volume, sulle tre dimensioni, può, insieme allo scultore, concorrere e continuare l’Arte stessa del Dio Creatore. 

Giuseppe Rizzo Schettino si esprime, anzitutto nel disegno. 

Voglio sottolineare l’importanza del disegno che è arte aristocratica: i nostri più grandi artisti si espressero, appunto, nell’arte del disegno. 

A Firenze la più antica Accademia esistente al mondo è l’Accademia delle Arti del Disegno, di cui ha fatto parte lo stesso Michelangelo. Le arti del disegno ci educano alla espressione, a quel linguaggio grafico in cui l’uomo riesce, con il segno, ad esprimere se stesso.

L’Arte è soprattutto simbolo, è segno. Crocianamente possiamo ancora convenire che essa è intuizione ed espressione.

Sappiamo bene, comunque, quanto sia difficile definire l’Arte e com’è difficile, se non impossibile, definire un artista e ciò, direi, provvidenzialmente, perché l’opera dell’artista si autodefinisce, nel tempo, e noi dobbiamo lasciare libero il quaderno su cui tanti altri devono scrivere. 

Ma chi può scrivere dell’Arte? chi ha la capacità di vedere nell’Arte. Innanzi all’opera d’arte nasce il discorso, nel momento in cui si stabilisce la triade: artista, spettatore e opera d’arte stessa.

L’opera d’arte è l’espressione concreta della creatività estetica e si pone tra l’artista ed il lettore e “vede” soltanto chi riesce ad interpretare il fenomeno creativo, cioè si immedesima nel momento in cui l’artista produce, ovvero, come diceva Platone, è invaso, divinamente invaso, quando cioè sente il bisogno di esprimersi, gli urge dentro l’istanza che lo porta ad esprimersi.

Il nostro artista si è espresso anzitutto nel disegno, ma poi non gli è bastato il disegno, ha avuto il bisogno di dare più concretezza al segno e quindi si è espresso nella pittura.

La pittura si serve del colore, si serve della pastosità materica, si serve della prospettiva, cioè degli ingredienti con cui rappresenta. E questa rappresentazione è ciò che i filosofi chiamano mimesi, imitazione della Natura e tuttavia non si esaurisce in essa.

Stamattina abbiamo discusso con l’architetto del perché insiste sui paesaggi, concedendo poco spazio alla figura umana, al soggetto umano e mi ha detto che da poco ha cominciato a raffigurare il corpo umano, e qui è ben rappresentato questo incipit, piuttosto recente ma già positivo, perché in tale rappresentazione è evidente un’approfondita elaborazione interna e un certo intimismo.

Ma torniamo all’arte, imitazione o non imitazione? certo è imitazione, ma è la mimesi, che si identifica con la metessi, cioè con la partecipazione. Perché? Perché, come dicevamo, questi colori pur partendo dal reale, il reale trascendono: sono i colori della memoria, cioè sono i colori di chi vede il proprio paesaggio che si porta nell’intimo, nell’animo, è un visto da lontano ed i colori sono l’espressione della nostalgia, della malinconia. E qui tutto è soffuso di nostalgia; d’altra parte il segno dell’Arte e del Bello è la nostalgia, lo diceva Plotino in maniera mirabile. Se non suscita nostalgia il bello non è bello, il bello richiama un paradiso perduto, è qualche cosa di esaltante che non ci appartiene più e a cui tuttavia continuamente tendiamo in quest’ansia escatologica, umanistica, filosofica.

Ecco in questi quadri, quindi, il paesaggio diventa umano, diventa parte di noi stessi e parte del nostro patrimonio più intimo, più spirituale, il bagaglio  dell’esule e chi vive fuori di Maratea si porta Maratea dentro, in maniera ineludibile, anche quando non si vorrebbe.

Questo artista si esprime nella pittura, in maniera lirica.

Il titolo della mostra è “Colori e sensazioni”. Ma a me pare che si vada oltre le sensazioni, ovvero verso una immedesimazione che è autocoscienzialità profonda, ontologica, essenziale. Non per nulla vi è un’opera che si intitola, appunto, “L’essenziale”.

Questa è la mia lettura, ma è una lettura individuale, molto parziale, molto personale.

L’essenziale è che queste opere possano provocare tante nuove letture, inducendo ad essere vedute, ad essere lette ad essere interpretate pur secondo le personali sensibilità, nel suo valore autentico, perché ogni opera, se è vera opera d’arte, ha un messaggio da comunicare, una provocazione da dare.

Non mi soffermo sugli aspetti tecnici che pure sono estremamente interessanti. Sappiamo della relazione tra Arte e Tecnica, che la tecnica è indispensabile all’arte, ma non si identifica con l’Arte, che la trascende. Qui si tratta di una tecnica molto adulta, molto matura, con effetti di macerazione e di trasparenza fino all’evanescenza, quasi a rendere la nervatura del supporto, che è il legno, attraverso la dissolvenza delle tinte. Usa il colore, ma lo usa in maniera non pastosa, quasi sfrangiandolo, quasi disintegrandolo per trarne sempre più viva la luminosità, una luminosità più palpitante quando del paesaggio è più partecipe, come il paesaggio toscano in cui l’autore è attualmente immerso e che vive quotidianamente, o un paesaggio molto più lontano, molto più nostalgico, molto più malinconico, quando è quello della nostra diletta, indimenticabile Maratea.

2003

Dott.ssa Marcella ROMEI

Dalle sensazioni ai colori
Diversi sono i contatti che Giuseppe Rizzo Schettino ha con la pittura e con i sentimenti dei macchiaioli.
Innanzitutto, pur se lucano di nascita, egli è toscano d’adozione e toscani erano i Macchiaioli, i quali, operanti tra il 1854 ed il 1860, avevano come luogo d’incontro il Caffè Michelangelo, sul belvedere con ampia veduta su Firenze.
Comuni anche i temi trattati: la natura e la campagna toscana, ma, nel nostro, anche gli scorci del paese di nascita, Maratea, visti con gli occhi del ricordo, in un reale che si sfa in visione poetica.
Ed infatti, egli attua una rappresentazione della natura depurata da qualsiasi interpretazione letteraria, con la coscienza di un’arte basata su una ricerca di sintesi modulata dal variare del tono, scandita nello spazio non tanto dal gioco delle prospettive lineari o geometriche, quanto dall’intensificarsi o dal rarefarsi del timbro cromatico.
La particolare tecnica che Rizzo Schettino ha adottato, attraverso l’uso quasi esclusivo della spatola, rende le sue opere tavole sulle quali il colore è spalmato, quasi a voler penetrare attraverso di esso e tirar fuori la vitalità del disegno. In questo modo, la maniera che era dei Macchiaioli è portata all’esasperazione: il colore è scarnificato, tirato fin quasi a far apparire le nervature della tavola – supporto.
La sua pittura si basa sui forti e decisi contrasti tra luce ed ombra, ottenuti con l’accostamento di toni diversi di colore, acquistando una particolare nitidezza e profilatura dei contorni.
L’artista combina il disegno con accensioni di colori ora intensi, ora circoscritti in accori minori, attorno a sfumature grigio perla di luce diffusa che acuiscono le emozioni che lo legano alla sua terra.
I ricordi, la nostalgia: queste le sensazioni che in Giuseppe Rizzo Schettino diventano colori.

2001

Dott. Bruno PINTAURO

Il migliore degli stili possibili è avere da dire qualcosa, qualcosa di nuovo, di importante, di prezioso, semplice come una colomba, misterioso e suggestivo come un salto nel buio.
Perdersi per poi ritrovarsi, un amore che resta sempre fedele a sé stesso.
Sognare ad occhi chiusi e rileggersi senza fretta in un moto dell’animo ancestrale che si accende come il fuoco dell’Arte che è pura invenzione.
Questo vorrei che il distratto lettore, l’uomo di ogni tempo, dipingesse dentro di sé, dopo aver stretto il primo abbraccio con l’opera senza tempo di un vero talento, da scoprire come il gusto dei sapori di una volta.
Giuseppe Rizzo Schettino è il nome di chi, in un attimo di energia creativa, dice la propria esperienza, il dolore, l’eterna voglia di esultanza nel mare nostrum del gesto creativo, quasi “ rinegoziando “, nell’enfasi linguistica per nulla prona a perigliose tentazioni di autocompiacimento del tratto grafico, colori e sensazioni di una terra che è davanti agli occhi di tutti, ma improvvisamente scompare, come il finale di un bel film che rivedremmo chissà quante volte.
Una terra generosa che si nutre dei respiri di entusiastica dolcezza del poeta, quando chiede alla sua natìa Maratea l’ispirazione di far vivere i sogni di chi ama visceralmente la propria Arte.
Se questo è l’uomo, orgoglioso della ricchezza dei suoni e della possanza dei valori espressivi senza ritrosie di sorta, l’artista è l’anima sognante che ti fa desiderare ciò che non hai mai visto, ciò che non sei mai stato, come il bombardamento di colori, mai casuale, ma cauto e premuroso, tempestivo e determinante nelle soluzioni più ardite, che rappresentano semanticamente la condizione di disturbo rispetto a una civiltà del rumore vuota e indistinta, sbiadita nella propria essenza, cui fa da perfetto pendant il fluire morbido e plastico delle belle storie narrate con il pennello intriso di tanta fantasia.
Un gusto lodevole per impegno a seguire la tradizione senza esserne schiacciato, una dedizione aperta ed incondizionata alla luce delle intime fibre delle decorazioni campestri.
Uno stile, dove la lezione dei classici ritrova serenità e forza espressiva nel deporre le armi di leziose incastonature o peggio, di forzature anacronistiche, per attingere alla qualità sensuale e delicata della riappropriazione del sé
Di fronte a una sensibilità così pronta eppure così “ indifesa “ , è impossibile resistere alla nostalgia dei particolari, soprattutto quelli in apparenza più defilati, come i gradini di una dimora vera e tangibile, su cui torniamo a rivivere la dimensione onirica di un oggi che è anche ieri, o forse un domani, unica dimensione che nell’olio su cartone telato ( tecnica prediletta dal Nostro) riesce a comporsi in un caldo abbraccio con le incertezze dei nostri tempi.
Una riflessione di concreta esperienza storica, priva di orpelli e paludamenti destinati ad alimentare l’astrattismo più volgare ed inconcludente.
E allora la festa di immagini, suoni e colori può continuare ad inviarci segnali di una tenerezza che ti stringe il cuore, una passione per l’evidenza delle cose piccole, che trova la sua piena corrispondenza nella trilogia di senso “ essere – fare – avere “.
I sussulti il senso di smarrimento, di non – identità artistica esplodono incontenibili nelle visioni deliziosamente improbabili dei tramonti in un posto senza nome, senza orario, senza bandiera, dove la solitudine dei giochi chiaroscurali lascia il posto ad una sedimentazione di immagini, giochi di suoni, come sinfonie immortali.
Il semplice gesto che diventa misura stessa della sua magica e preziosa intensità.
E’ facile perdersi, ma la festa di colori, la cascata di inebriante freschezza di acque marine in un preoccupante stato di completa quiete, tramonti sottili come un sogno, espressivi come uno sguardo tagliente, le esperienze di atavico senso naturalistico come soffioni, pieghe ed increspature di onde e ancora piante mai viste in nessuna enciclopedia, la frutta che tutti noi vorremmo cogliere, rubando senza ritegno, tutta questa gioia di vivere, insomma, ci aiuterà ad emergere da una condizione di insipido anomia.
Il senso della libertà creativa e la cristallina purezza della coscienza che non teme le terribili mistificazioni del tempo presente, ci sollevano da dubbi e timori di sorta, incontrandosi nel porto tranquillo dell’equilibrio interiore, nella luce di un sentire variegato ed articolato sì, ma solido e tranquillo come nel comporsi delle configurazioni verticali accennate ma mai risolte di “ respiro sul golfo”.
Ora potete anche aprire gli occhi, il sogno è finito, ma l’esuberanza creativa è inarrestabile perché il migliore degli stili possibili è avere qualcosa da dire, con sapienza ed amore.

2000

Dott. Bruno Pintauro

Trasferire immagini e pensieri su carta diventa poesia di un quotidiano che è fuori dal tempo.

Giuseppe Rizzo Schettino, nel mondo fatto di quadri e dipinti, d’”imitazione della natura”, è artista di squisita fantasia ed ancestrale gusto poetico.
Un gusto classico ed una poesia che si sostanziano di una volontà di ricerca, di una tendenza alla sperimentazione sicuramente non leziose né convenzionali, bensì profondamente vissute.
Onesto e sincero il senso di smarrimento, quasi fanciullesco, del Nostro, nei confronti di una realtà umana in continua trasformazione, in magmatica evoluzione, nel segno di una novità di vita che corre veloce su meridiani e paralleli.
Coordinate di un universo che lega sapientemente la natia Maratea, sapori geniali senza tempo ed il vivido realismo, peraltro sempre rassicurante, della terra dove per scelta vive ed opera, la Toscana.
L’artista traduce, in una sintesi geografica ed umana vincente, il rimorso ( non rimpianto) per una calma ed un silenzio perduti ( terra di Toscana) e le sfumature dell’acquarello deliziosamente atipiche che abbracciano, nel segno di uno spirito libero, l’ardimentoso abito alla conquista, la
“ tempesta “ che sconvolge per il suo improvviso irrompere, la riflessione senza tempo ( ma “ sul “ tempo tout court ), rileggendo, nelle tracce di una memoria sensibile di squisita fattura, l’immagine dei luoghi di croce e delizia, dove il sogno dorato e sottile dei Lungarni fiorentini, si staglia nitido su una pace che non lascia adito a dubbi. Ma l’artista, si sa, è un animale strano: guai a chiedergli perché lo fa, lui ascolta e gli basta quel che sente dentro. Fotografa con il suo animo inquieto, ma al tempo stesso sicuro di sé, quel percorso interiore che lo porta in terra etrusca, dove l’orizzonte è lontano e rarefatto, attraverso la ricerca “ se “ ( maschere ), e in questo gioca un ruolo di primo piano la dolcezza dell’uso sapiente del tratto, mai aspro ,a nemmeno completo e definito, semmai promette, ma non necessariamente mantiene, il senso e la prospettiva di un impegno umano sempre presente, in una miscela di suoni e sapori di elevata caratura.
E allora proviamo a sconfiggere inibizioni di sorta e riconquistiamo il suolo natio, ricordo di colori e rumori da sempre famigliari e restiamo sinceramente ammirati dal gusto architettonico di imbarcazioni ferme su una spiaggia, godiamo di questa sinergia fra terra ed orizzonte che non conosce età.
E ancora: lembi di terra che si sposano con il mare, Le figure di donna di Giuseppe Rizzo Schettino, sono perdute in una delicata poesia, quasi il risultato di una effimera visione, di una sana contemplazione, nelle lunghe chiome che fluiscono libere come la verità di esprimersi con il coraggio di vivere il proprio presente, il proprio gusto, senza perdersi in un “ vero “ che, fatalmente, in un oggi dimenticato ha sempre il suo doppio.
Il gusto classico per la struttura e la forma moderna nel dispiegarsi delle immagini, sono l’espressione coerente, ma anche fantastica, l’”attimo fuggente” di un’isola sempre vicina e d’un tratto lontana, che è nel cuore, nella viva contemplazione, nelle improbabili soluzioni cromatiche, nel linguaggio sempre lucido mai sfuocato.

 

2000

Maestro Khosrow SALEHI

Ci sono pittori che cercano di fare gli architetti; non importa quanto sono bravi, ma il risultato nella maggior parte dei casi è un vero disastro, hanno massacrato l’Architettura moderna in Europa, con pessime caricature dell’Architettura. Viceversa, invece, quando gli architetti cominciano a fare i pittori, il risultato non è altro che una sinfonia di colori che rinfrescano l’anima e Giuseppe Rizzo Schettino fa parte dell’ultimo gruppo. I suoi acquarelli sono la vera poesia.
Tocco delicato di pennellate di un architetto che misura tutto ed ha il controllo totale su ciò che dipinge. Mi piace come lavora.

Galleria “Civetta” Greve in Chianti – Firenze - Italy